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I NUMERI CHE CONTANO – Giovani in agricoltura: potenzialità e criticità nel rapporto di ISMEA

Uno dei temi vitali per ogni economia è il ricambio generazionale, necessario per garantire futuro e continuità al sistema produttivo. Proprio a questo tema, ISMEA, l’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, ha dedicato il suo ultimo rapporto “Giovani e agricoltura” con cui ha analizzato e fatto il punto su numeri e trend della componente giovanile nel settore primario.

Calano le imprese giovani in agricoltura, soprattutto al Centro-Sud

In generale, i numeri evidenziano ombre e luci. Partiamo dalla nota meno positiva. A fine 2023 le imprese agricole gestite da imprenditori under 35 sono 52.717 (su un totale di 703.975 imprese agricole), in calo dell’8,5% rispetto al 2018.

La flessione è comunque in linea con quella osservata per tutto il settore primario, con l’incidenza delle imprese agricole giovanili sul totale delle imprese agricole che, nel quinquennio 2018-22 rimane stabile al 7,7%.

Ma venendo agli aspetti più positivi occorre dire che l’andamento delle realtà agricole più giovani appare relativamente migliore rispetto a quello degli altri comparti produttivi.

Nel periodo 2018-23 le imprese agricole under 35 si sono ridotte molto meno, in termini relativi, rispetto alle pari età dell’industria alimentare, della ristorazione e dell’economia nel complesso, a dimostrazione di come l’agricoltura, nonostante tutto, mantenga un buon potere di attrazione di giovani leve.

Anche ampliando l’osservazione all’ultimo decennio, le imprese agricole giovanili registrano risultati più lusinghieri rispetto al complesso delle aziende agricole: la quota agricola sul totale è cresciuta sensibilmente per le under 35 (dall’8,3% del 2013 al 10,5% del 2023). In decisa crescita (+35,6%) le aziende giovanili di supporto all’agricoltura e successive alla raccolta (contoterzismo e prima lavorazione di prodotti agricoli), a dimostrare la crescente rilevanza delle attività remunerative connesse per le imprese condotte dai giovani imprenditori agricoli.

Se si passa poi a un’analisi per macro-aree territoriali dei dati, invece, è possibile notare come l’andamento di imprese agricole giovanili nel periodo 2018-23 sia stato diversificato nelle diverse zone del Paese: molto marcato al Mezzogiorno (-3.528 aziende, -11,4%) e al Centro (-1.144 imprese, -12,4%), decisamente più contenuto al Nord (-232 aziende, -1,3%).

 

Confronto in Europa: in Italia le aziende “under 41” generano più ricchezza

Lo studio ISMEA propone poi un focus sui giovani nell’agricoltura europea, sulla base ai dati del Censimento 2020.

L’Italia è tra i paesi dell’UE con la quota di giovani agricoltori più bassa (pari al 9,3% considerando gli under 41 presi a riferimento dall’Istat), contro il 18,2% della Francia, il 14,9% della Germania e l’11,9% della media comunitaria.

Alle aziende junior si deve però la creazione del 15% del valore economico complessivo dall’agricoltura italiana (misurato nei dati censuari dal Prodotto Standard) e la ricchezza generata mediamente da un’impresa giovanile agricola italiana è pari a 82.500 euro (valore ben superiore a quella del settore, pari a 50 mila euro), pur posizionandosi sopra la media UE è inferiore a quella francese e tedesca.

Al contrario, il valore per ettaro delle imprese giovanili italiane, pari a 4.500 euro, è doppio rispetto a quello europeo e francese, ma superiore anche al valore medio unitario generato da un’impresa giovane tedesca e soprattutto spagnola.

Questo deriva dalla maggiore specializzazione dell’Italia in coltivazioni ad elevato valore aggiunto e di alto pregio (ortofrutta, floricoltura, viticoltura in primis).

Il settore agricolo attrae occupati giovani, circa un terzo del totale

In termini di occupati, invece, lo studio Ismea sottolinea come sia complesso condurre un’analisi sul tema senza tenere conto del fatto che l’offerta lavorativa in agricoltura è segmentata in diverse categorie, contraddistinte da livelli di istruzione, formazione e competenze molto eterogenei.

Da un lato c’è la manodopera meno specializzata, poco qualificata, spesso stagionale che risulta sempre più difficile da attrarre. Dall’altro lato l’innovazione tecnologica sta via via rendendo sempre più indispensabili, anche in agricoltura, figure professionali specializzate.

Ciò detto, nonostante nel 2022 l’agricoltura italiana, dopo tre anni di crescita, abbia registrato un calo del numero di occupati rispetto al 2021 (circa 40 mila in meno, pari a una riduzione del 4,2%), prendendo in esame l’andamento degli under 35, il settore ottiene una crescita di 8 mila unità su base annua, pari al 4,8%, raggiungendo le 183 mila unità.

Se si estende l’analisi degli occupati agricoli alla fascia di età fino a 40 anni, la crescita su base annua appare ancora più marcata (+6,7%). Con 290 mila lavoratori, gli occupati fino a 40 anni di età nel 2022 tornano ad essere circa un terzo dei lavoratori agricoli.

Analizzando la posizione professionale degli occupati agricoli giovani, si conferma la tendenza all’aumento dei dipendenti (+9,4% su base annua) a discapito degli indipendenti (-4,3% rispetto al 2021).

Italia paese più “vecchio” dell’UE e l’agricoltura ne risente

Nel valutare i dati sopra esposti occorre considerare che il coinvolgimento dei giovani nell’agricoltura in Italia risente dell’andamento demografico negativo e al generale invecchiamento della popolazione.

In Italia nel 2022 i giovani con età tra 15 e 39 anni sono 15,4 milioni, 2 milioni in meno rispetto al 2013 (-12%) e 4 milioni in meno rispetto a venti anni prima (-21%).

Il nostro Paese risulta anche essere il più “vecchio” dell’UE: nel 2022 il rapporto tra giovanissimi (fino a 15 anni di età) e anziani, che rappresenta un importante indice del ricambio generazionale, è in Italia pari solo al 53%, contro una media comunitaria del 71%. Oltretutto, le aree rurali italiane hanno subito un processo di progressivo spopolamento. Solo tra il 2018 e il 2022, la popolazione in tali territori si è ridotta del 3%, mentre è rimasta stabile nelle aree prevalentemente urbane. Il dato sullo spopolamento dei giovani (15-39 anni) è pari al doppio, raggiungendo il 6%.

Tra i fattori che accentuano l’abbandono delle aree rurali da parte dei giovani, vi è lo sviluppo ancora incompleto delle infrastrutture digitali e la carenza di servizi per la prima infanzia.

Questi elementi non riescono tuttavia a bilanciare aspetti positivi come la presenza di un diffuso patrimonio enogastronomico, culturale, artistico e ambientale, che può creare occupazione e coinvolgere le fasce più giovani della popolazione.